preghiera

In un momento di tristezza è proprio così che cominciai senza grande entusiasmo a dire delle Ave Marie, non so neppure quante, continuavo una via l’altra, senza interruzione in una ridda di pensieri che stringeva il cuore, ma a poco a poco quella litania infinita apriva uno spiraglio di luce alla speranza e sentivo chiaramente la morsa che si allargava ridandomi il respiro tanto atteso.
Ancora adesso quando mi prende lo sconforto e sento arrivare la tristezza recito le Ave Marie qualsiasi cosa sto facendo e ovunque sono, anelando che ciò di cui son fatta, si manifesti.
Non ricordo bene le parole di don Giussani quando disse a una Memores di non preoccuparsi di come recitava l’Angelus, ma di offrire la sua povertà di spirito e di dirlo lo stesso, perché è qui che si comprende la dipendenza dal Mistero, ciò che ci costruisce ogni istante.

Volevo segnalarvi questa bella testimonianza di Vincent Nagle della Fraternità San Carlo Borromeo

La grazia della tristezza
Il 15 settembre, il giorno dopo la solennità dell’Esaltazione della Croce, la Chiesa fa memoria della Madonna Addolorata. Ho celebrato la messa con un gruppo di miei amici che sono dichiarati invalidi per malattie psichiatriche. Nel corso della nostra amicizia ognuno di essi, prima o poi, mi ha parlato di una vita triste in cui o la malattia o altri motivi hanno fatto mancare loro occasioni di lavoro, affetto, compagnia, educazione, cioè di vita. Quando ho chiesto che tipo di dolore provava la Madonna sotto la croce, senza indugio mi hanno risposto che il dolore che provava la Madonna era la tristezza. A quel punto ho condiviso con loro ciò che disse una volta don Giussani sulla disperazione e la tristezza. Le risposte incerte dei suoi interlocutori non lo soddisfacevano, perciò spiegò che l’opposto della disperazione è la tristezza. Infatti la tristezza consiste nella consapevolezza di un bene che manca, che si è perso, che è stato tolto o che non è ancora arrivato o non è completamente realizzato. Quindi pur essendo dolorosa la tristezza consiste interamente nella coscienza di un bene; quella consapevolezza di un bene che invece manca nella disperazione. Facendo un passo ulteriore, ho detto agli amici che la tristezza e la speranza per il possesso di un bene eterno sono strettamente collegate; ma poiché ho visto stampate sui loro volti perplessità e confusione, ho raccontato questa storia. […]
leggete tutto il resto dell’articolo, ne vale la pena, lo trovate qui: ilsussidiario.net
sabato 17 settembre 2016

Edward Hopper in mostra a Bologna

Posted: 11th aprile 2016 by graciete in ARTE, mostre
Nighthawks (I nottambuli) (1942) Art Institute of Chicago

Nighthawks (I nottambuli) (1942) Art Institute of Chicago

Edward Hopper (1882-1967) 160 delle sue opere più famose provenienti dal Whitney Museum of American Art di New York sono esposte da fine marzo a fine luglio a Palazzo Fava a Bologna.
E’ uno degli artisti americani più amati e le sue tele hanno un tratto inconfondibile – persona schiva e taciturna, amante degli orizzonti di mare e della luce chiara del suo grande studio. Così, quando guardiamo un suo dipinto, ciò che abbiamo davanti è qualcosa di più di una scena ben pennellata, è una necessità espressiva dell’artista che diceva: “se potessi dirlo a parole, non ci sarebbe alcun motivo per dipingere”.

Malinconia, tristezza, sguardi che si rivolgono a un dove sconosciuto a chi guarda l’opera, un dove indefinito anche per i protagonisti del quadro, sentimenti che Hopper probabilmente sentiva congeniali nell’intimo, infatti lui stesso affermava: “non dipingo quello che vedo, ma quello che provo”.
Il suo stile è riconoscibile, i suoi quadri sembrano frame cinematografici o scene di vite qualsiasi, forse per questo molti lo amano, per la sua straordinaria semplicità. Guardando i quadri di Hopper impregnati di colori vividi che però esprimono inquietudine anziché gioia, sentiamo riaffiorare gli stessi sentimenti che ognuno ha sperimentato nella propria vita. Hopper è un artista che è stato capace di dipingere il silenzio, di scrutare la mente umana con colori e tecniche diversi.

La mostra comprende oli, acquerelli, carboncini e gessetti realizzati nell’intero arco temporale della produzione di Edward Hopper: paesaggi e scorci cittadini parigini degli anni ‘50 e ‘60, i celebri capolavori South Carolina Morning (1955), Second Story Sunlight (1960), New York Interior (1921), Le Bistro or The Wine Shop (1909), Summer Interior (1909), interessantissimi studi (come lo studio per Girlie Show del 1941) che celebrano la sua superba mano di disegnatore. Un percorso che attraversa la sua produzione e tutte le tecniche di un artista considerato oggi un grande classico della pittura del Novecento. Prestito eccezionale, chicca dell’esposizione, è il grande quadro intitolato Soir Bleu (ha una lunghezza di circa due metri), simbolo della solitudine e dell’alienazione umana, opera realizzata da Hopper nel 1914 a Parigi.

hopper

http://www.mostrahopper.it/info

L’immensa sicurezza

Posted: 26th novembre 2015 by graciete in fscb

gius abbraccio

Accogliere l’altro, il diverso da sé, è possibile solo se c’è una fonte di sicurezza nel cuore, la scoperta di ciò che Qualcuno ha già fatto con noi.

Improvvisamente, in questi ultimi mesi, la parola «accoglienza» è uscita dall’anonimato sociale per essere messa al centro delle discussioni pubbliche. Le grandi migrazioni di popoli, mossi dalla necessità verso l’antico continente europeo, hanno posto il problema dell’accoglienza in primo piano.
Eppure quello dell’accoglienza è un problema che riguarda non solo questi grandi eventi, la politica o l’azione sociale, ma il vissuto di ciascuno. Per convivere bisogna accogliere. Accettare che gli altri abbiano uno spazio nelle nostre esistenze. Nel lavoro, nei condomini, ma anche nella stessa famiglia. Accogliere poi è fare i conti con la diversità degli altri. L’altro, colui che mi sta accanto, che entra nel mio spazio vitale, non è mai come io vorrei, non è riducibile alla mia immagine di come lui dovrebbe essere. Eppure, qualcosa ci tenta sempre verso questa riduzione: vorremmo che l’altro, che la realtà ci mette vicino, non ci desse troppo fastidio, non ci costringesse a cambiare le nostre abitudini. È vero: i cambiamenti a volte sono drammatici, pesanti da portare, ma normalmente non sono soltanto i cambiamenti epocali, a darci fastidio. Sono invece i cambiamenti quotidiani, piccoli, nel lavoro o a casa. Se qualcuno occupa il posto dove parcheggiamo di solito ci arrabbiamo, e magari dieci metri più in là c’è spazio… Se un figlio ha progetti diversi da quelli che i genitori hanno sempre immaginato per lui, la vita famigliare diventa invivibile. Se il nonno non può più vivere da solo, sono poche le famiglie disposte a prenderlo in casa. L’accoglienza ci fa paura. La diversità ci fa paura. Perché?
La diversità disturba perché non entra nei nostri schemi di pensiero e nelle nostre abitudini. Mina il no­stro progetto di pace e sicurezza. Il vangelo ci richiama il rischio di un ideale di pace e sicurezza costruito secondo il nostro progetto. È la parabola di quell’uomo ricco che ha raggiunto una certa sicurezza: le cose vanno bene, la campagna ha dato di nuovo un buon raccolto. Allora progetta di costruirsi dei granai più grandi, poi di andare in pensione e di passare il resto dei suoi anni vivendo di rendita. Stolto – è la voce di Dio che gli parla – que­sta notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?

L’avarizia non è, come pensiamo, il semplice voler tenere tutto per sé, ma un ideale di sicurezza in cui, come il ricco della parabola, tentiamo di accumulare difese, schemi, abitudini per una vita sorretta da una falsa pace, senza fastidi, senza nessun dolore. Cerchiamo di accumulare barriere e filtri per non dover soffrire, in fondo per non dover morire. Ma, come dice la parabola, si tratta di un tentativo vano, “stolto”, come dice la voce di Dio.
Ha detto Jean Vanier: Accogliere è un segno di vera maturità umana e cristiana. Non è soltanto aprire la propria casa a qualcuno. È fargli spazio nel proprio cuore perché possa esistere e crescere; uno spazio nel quale si senta accettato così com’è, con le sue ferite e i suoi doni. Questo suppone che esista un luogo segreto e calmo nel nostro cuore dove gli altri possono riposarsi. Se il cuore non è calmo non può accogliere.
Non si può accogliere (né in senso personale né in senso sociale) se non c’è una fonte di sicurezza nel cuore. Questa fonte, come ci ha detto il Vangelo, non può essere frutto di un nostro sforzo, di una nostra capacità di difesa, di un nostro vano tentativo. Accogliere è scoprire quello che Qualcuno ha già fatto con noi. Siamo stati accolti per primi, amati per primi, la nostra diversità è stata accettata, c’è stato dato uno spazio. C’è qualcuno che ci ama così, questa è l’unica ma immensa sicurezza sulla quale nessuna paura può vincere. Una sicurezza che rende l’ansia qualcosa di inutile. Allora si comprende perché Gesù nel Vangelo si mette al centro di questa accoglienza: Ero straniero e mi avete accolto (Mt 25,35). Lo fa per liberarci dalla prigione della nostra ansia, della nostra avarizia esistenziale. Dio è sommamente diverso da noi, ma nell’imparare l’accoglienza, facendo spazio agli altri, facciamo spazio a Lui, l’unica vera sicurezza possibile per il nostro cuore.

di Antonio Anastasio, tratto da Fraternità San Carlo, novembre 2015

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Papa Francesco e il lavoro

Posted: 19th agosto 2015 by graciete in LAVORO, Papa Francesco
Papa Francesco

Papa Francesco

Dall’inizio del 2015 il Santo Padre Francesco, ha iniziato una serie di meditazioni sulla famiglia, ogni volta approfondendone una particolarità diversa: madre, padre, figli, nonni, maschio e femmina, matrimonio, fidanzamento, educazione, malattia, lutto, ecc. Oggi si è soffermato sul LAVORO.

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 19 agosto 2015

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La Famiglia – 23. Lavoro

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sul valore della festa nella vita della famiglia, oggi ci soffermiamo sull’elemento complementare, che è quello del lavoro. Entrambi fanno parte del disegno creatore di Dio, la festa e il lavoro.

Il lavoro, si dice comunemente, è necessario per mantenere la famiglia, per crescere i figli, per assicurare ai propri cari una vita dignitosa. Di una persona seria, onesta, la cosa più bella che si possa dire è: “E’ un lavoratore”, è proprio uno che lavora, è uno che nella comunità non vive alle spalle degli altri. Ci sono tanti argentini oggi, ho visto, e dirò come diciamo noi: «No vive de arriba».

E in effetti il lavoro, nelle sue mille forme, a partire da quello casalingo, ha cura anche del bene comune. E dove si impara questo stile di vita laborioso? Prima di tutto si impara in famiglia. La famiglia educa al lavoro con l’esempio dei genitori: il papà e la mamma che lavorano per il bene della famiglia e della società.

Nel Vangelo, la Santa Famiglia di Nazaret appare come una famiglia di lavoratori, e Gesù stesso viene chiamato «figlio del falegname» (Mt 13,55) o addirittura «il falegname» (Mc 6,3). E san Paolo non mancherà di ammonire i cristiani: «Chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10).  – È una bella ricetta per dimagrire questa, non lavori, non mangi! – L’Apostolo si riferisce esplicitamente al falso spiritualismo di alcuni che, di fatto, vivono alle spalle dei loro fratelli e sorelle «senza far nulla» (2 Ts 3,11). L’impegno del lavoro e la vita dello spirito, nella concezione cristiana, non sono affatto in contrasto tra loro. E’ importante capire bene questo! Preghiera e lavoro possono e devono stare insieme in armonia, come insegna san Benedetto. La mancanza di lavoro danneggia anche lo spirito, come la mancanza di preghiera danneggia anche l’attività pratica.

Lavorare – ripeto, in mille forme – è proprio della persona umana. Esprime la sua dignità di essere creata a immagine di Dio. Perciò si dice che il lavoro è sacro. E perciò la gestione dell’occupazione è una grande responsabilità umana e sociale, che non può essere lasciata nelle mani di pochi o scaricata su un “mercato” divinizzato. Causare una perdita di posti di lavoro significa causare un grave danno sociale. Io mi rattristo quando vedo che c’è gente senza lavoro, che non trova lavoro e non ha la dignità di portare il pane a casa. E mi rallegro tanto quando vedo che i governanti fanno tanti sforzi per trovare posti di lavoro e per cercare che tutti abbiano un lavoro. Il lavoro è sacro, il lavoro dà dignità a una famiglia. Dobbiamo pregare perché non manchi il lavoro in una famiglia.

Dunque, anche il lavoro, come la festa, fa parte del disegno di Dio Creatore. Nel libro della Genesi, il tema della terra come casa-giardino, affidata alla cura e al lavoro dell’uomo (2,8.15), è anticipato con un passaggio molto toccante: «Quando il Signore Dio fece la terra e il cielo, nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare» (2,4b-6a). Non è romanticismo, è rivelazione di Dio; e noi abbiamo la responsabilità di comprenderla e assimilarla fino in fondo. L’Enciclica Laudato si’, che propone un’ecologia integrale, contiene anche questo messaggio: la bellezza della terra e la dignità del lavoro sono fatte per essere congiunte. Vanno insieme tutte e due: la terra diviene bella quando è lavorata dall’uomo. Quando il lavoro si distacca dall’alleanza di Dio con l’uomo e la donna, quando si separa dalle loro qualità spirituali, quando è in ostaggio della logica del solo profitto e disprezza gli affetti della vita, l’avvilimento dell’anima contamina tutto: anche l’aria, l’acqua, l’erba, il cibo… La vita civile si corrompe e l’habitat si guasta. E le conseguenze colpiscono soprattutto i più poveri e le famiglie più povere. La moderna organizzazione del lavoro mostra talvolta una pericolosa tendenza a considerare la famiglia un ingombro, un peso, una passività, per la produttività del lavoro. Ma domandiamoci: quale produttività? E per chi? La cosiddetta “città intelligente” è indubbiamente ricca di servizi e di organizzazione; però, ad esempio, è spesso ostile ai bambini e agli anziani.

A volte chi progetta è interessato alla gestione di forza-lavoro individuale, da assemblare e utilizzare o scartare secondo la convenienza economica. La famiglia è un grande banco di prova. Quando l’organizzazione del lavoro la tiene in ostaggio, o addirittura ne ostacola il cammino, allora siamo sicuri che la società umana ha incominciato a lavorare contro se stessa!

Le famiglie cristiane ricevono da questa congiuntura una grande sfida e una grande missione. Esse portano in campo i fondamentali della creazione di Dio: l’identità e il legame dell’uomo e della donna, la generazione dei figli, il lavoro che rende domestica la terra e abitabile il mondo. La perdita di questi fondamentali è una faccenda molto seria, e nella casa comune ci sono già fin troppe crepe! Il compito non è facile. A volte può sembrare alle associazioni delle famiglie di essere come Davide di fronte a Golia… ma sappiamo come è andata a finire quella sfida! Ci vogliono fede e scaltrezza. Dio ci conceda di accogliere con gioia e speranza la sua chiamata, in questo momento difficile della nostra storia, la chiamata al lavoro per dare dignità a se stessi e alla propria famiglia.

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Santa Rita da Cascia

Santa Rita da Cascia

Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda santa Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.

Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.

Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante. E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.

Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo. Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente. Frequentava anche la chiesa di s. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento. Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto. Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.

I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta. E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite. Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita. Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fa’ di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.

Santa Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente. Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.

Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero. Secondo la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso: si narra che una notte, Rita, come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al di sopra del villaggio di Roccaporena) e che qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori sopra citati, i quali la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero; era l’anno 1407. Quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro. Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni. La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere. Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione. La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.

Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio. E in questa fase finale della sua vita avvenne un altro prodigio: essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente la quale, nel congedarsi, le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena; Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto; la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile. Ma Rita insistè. Tornata a Roccaporena, la parente si recò nell’orticello e, in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata. Stupita, la colse e la portò da Rita a Cascia la quale, ringraziando, la consegnò alle meravigliate consorelle. Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.

Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì: sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura. Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa. Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di santa Rita a Cascia. Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di santa Rita. Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte. Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.

Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di santa Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino. Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

Breve biografia a cura di Antonio Borrelli, tratto da Santeiebeati.it

coppia in cammino

Voler bene ad una persona
è un lungo viaggio

rupi, cadute d’acqua e bui
improvvisi, dilatati
il chiuso di foreste,
lampi a volte
sul silenzio così vasto del mare

e strade sopraelevate, grida

viali immensi all’improvviso
in una luce sconosciuta.

Voler bene a uno, a mille, a tutti
è come tenere la mappa nel vento.
Non ci si riesce ma il cuore
me l’hanno messo al centro del petto
per questo alto, meraviglioso fallimento.

Sugli altipiani di ogni notte
eccomi con le ripetizioni e le mani rovesciate della poesia:
non farli stare male, sono tuoi, non farli andare via.

Davide Rondoni
da Apocalisse amore (Mondadori, 2008)